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Scritto da Federico Bernardello
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domenica 11 gennaio 2009 |
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Sono trascorsi dieci anni oggi dalla morte di Fabrizio De Andrè, ed io mi trovo ora come allora, davanti ad una tastiera con l'idea di scrivere qualche parola in sua memoria.
E' difficile far capire a chi non ne conosce le canzoni perchè De Andrè sia rimasto radicato così profondamente nel cuore di molti appassionati.
Non intendo cercare di spiegarlo con queste poche righe, ma solo dire cosa ha rappresentato per me: le canzoni di Faber sono state parte importante della mia formazione e della mia crescita, e sono ancora oggi frequente spunto di riflessione e consolazione.
Un tono malinconico e una visione disincantata della vita, caratterizzata da uno sguardo attento e lucido sui piaceri e sulle sofferenze terrene, combinato ad una voce calda e suadente, asciugata da tante sigarette ed arsa da troppo whisky.
Ha cantato storie di umili e disadattati, ha fatto assumere dignità ai perdenti e ai reietti, ne ha fatto emergere debolezze e depravazioni e, ponendosi sul loro stesso piano, è arrivato a comprenderle.
Mi piace pensare a Fabrizio De Andrè come a un vecchio amico di famiglia che ogni tanto passa a trovarti e si ferma a suonare qualche pezzo, magari davanti ad una buona bottiglia di vino.
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